Amphicar 770 – l’auto che prendeva la via dell’acqua
Un’Amphicar 770 del periodo di commercializzazione 1961–1968, fotografata a St. Ignace, in Michigan, durante il fine settimana del raduno automobilistico annuale della città. Foto: SsmIntrigue, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.
Auto speciali · Amphicar

Amphicar 770 – l’auto che prendeva la via dell’acqua

Due eliche, quattro ruote e guarnizioni delle portiere insolitamente importanti

L’Amphicar 770 avrebbe dovuto trasformare lo scivolo per le barche in un normale incrocio stradale. L’auto anfibia della Germania Ovest non divenne mai un prodotto di massa, ma la combinazione di motore britannico, carrozzeria galleggiante in acciaio e doppia elica ne fa una delle creazioni più eccentriche e affascinanti della storia dell’automobile.

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Di Henrik SjöbergInviato · Auto speciali e auto classiche
1 novembre 2026 · 3 min di lettura

Tradotto dallo svedese con l'aiuto dell'IA.

Un’auto con una via d’uscita in più

L’Amphicar 770 del periodo 1961–1968 è un’auto anfibia scoperta a quattro posti, progettata sia per circolare su strada sia per navigare. Dietro al progetto c’era il progettista tedesco Hans Trippel, che aveva lavorato ai veicoli anfibi molto prima di questo modello civile. La produzione avveniva nella Germania Ovest all’interno del gruppo Quandt, con il coinvolgimento, tra gli altri, della Deutsche Waggon- und Maschinenfabriken di Berlino.

Il modello fu presentato nel 1961 ed era destinato soprattutto agli USA. Lì non mancavano né il potere d’acquisto né laghi, scivoli e proprietari di imbarcazioni da diporto potenzialmente attratti da un’auto con l’elica. Non era un mezzo militare da fuoristrada vestito a festa, ma un’auto per il tempo libero che doveva trasformare il viaggio stesso in una gita.

Il nome del modello era quasi un piccolo manuale d’uso: 770 alludeva a circa sette nodi in acqua e 70 miles per hour sulla terraferma. Erano velocità massime dichiarate, non la promessa che ogni varo si sarebbe trasformato in una festa della velocità.

Ne furono costruiti circa 3 878 esemplari. Le date richiedono però una nota a margine: 1961–1968 viene spesso indicato come arco di vita del modello, ma produzione, vendita delle scorte e anno d’immatricolazione non sempre coincidono. Per un singolo esemplare da collezione occorre quindi distinguere i dati di produzione dalla prima immatricolazione.

Carrozzeria galleggiante, meccanica britannica

A prima vista, l’Amphicar sembra una piccola cabriolet insolitamente alta. Le pinne, i fari rotondi e la semplice plancia sono chiaramente figli dei primi anni Sessanta. Ma sotto quell’aspetto amichevole si nasconde una carrozzeria in acciaio saldato che funge anche da scafo.

Vista da dietro, questa Amphicar 770 blu del 1964 con capote bianca mostra le due eliche sotto il paraurti. La foto è stata scattata alla mostra AACA Hershey Fall del 2019. Foto: CZmarlin — Christopher Ziemnowicz — è obbligatorio indicare il credito fotografico se questa immagine viene utilizzata, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.
Vista da dietro, questa Amphicar 770 blu del 1964 con capote bianca mostra le due eliche sotto il paraurti. La foto è stata scattata alla mostra AACA Hershey Fall del 2019. Foto: CZmarlin — Christopher Ziemnowicz — è obbligatorio indicare il credito fotografico se questa immagine viene utilizzata, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

L’elevata altezza da terra lasciava spazio alle attrezzature specifiche per la navigazione. Sotto la poppa si trovano due eliche, mentre il motore è collocato posteriormente. Il quattro cilindri proveniva dalla Triumph Herald: una meccanica britannica piuttosto comune in un’applicazione tedesca decisamente insolita. L’impiego di un motore automobilistico collaudato evitava ai progettisti di dover inventare anche quella parte dell’avventura.

La trasmissione, invece, era specifica. Un apposito sistema Hermes ripartiva il moto tra le ruote posteriori e le eliche. Ruote ed eliche potevano essere azionate contemporaneamente, una funzione importante quando l’auto doveva risalire uno scivolo e tornare a essere un normale veicolo stradale.

Le guarnizioni delle portiere e la chiusura supplementare erano ben più che dettagli per tenere fuori la pioggia. Facevano parte della funzionalità fondamentale dell’auto come natante. Era presente anche una pompa di sentina. Su una normale cabriolet, una guarnizione stanca può lasciare i pantaloni bagnati; qui le conseguenze potevano essere ben più gravi.

Il volante restava al suo posto anche sul lago

Il passaggio all’acqua richiedeva preparativi, non soltanto una sicura svolta a destra presso la spiaggia. Guarnizioni, chiusure e pompa di sentina dovevano funzionare, e bisognava valutare sia un accesso adatto sia la possibilità di risalire. Una riva non è automaticamente uno scivolo per barche, per quanto ottimista possa essere il guidatore.

Amphicar 770 in navigazione sulle acque riparate di un lago interno. Il guidatore usava il normale volante dell’auto anche in acqua: le ruote anteriori dirigevano il mezzo e le eliche provvedevano alla propulsione. Illustrazione generata con l’IA.
Amphicar 770 in navigazione sulle acque riparate di un lago interno. Il guidatore usava il normale volante dell’auto anche in acqua: le ruote anteriori dirigevano il mezzo e le eliche provvedevano alla propulsione. Illustrazione generata con l’IA.

Una volta in acqua, il guidatore continuava a usare il volante. Le ruote anteriori fungevano da timone, mentre le due eliche provvedevano alla propulsione. Non c’era quindi un timone nautico separato. La soluzione permetteva di fare a meno di un dispositivo di governo dedicato, ma in acqua le ruote non sono efficaci quanto un vero timone.

L’Amphicar era destinata all’uso ricreativo in acque riparate, non a sostituire una barca a motore capace di affrontare il mare. Il fatto che l’auto sapesse nuotare non la rendeva neppure immune agli effetti del carico, del meteo e delle onde. Il suo grande punto di forza era invece la possibilità di proseguire dove finiva la strada, senza rimorchio né cambio di veicolo.

Dopo il bagno arrivava la manutenzione. Lubrificare e controllare i componenti che erano stati sott’acqua faceva parte dell’utilizzo. L’acqua salata rendeva particolarmente insidioso il rischio di corrosione. Chi si immaginava soltanto con un gelato in una mano e il volante nell’altra si era perso una parte del messaggio del manuale d’uso.

Un’auto da collezione da valutare su due fronti

Oggi l’Amphicar è una vettura particolare ormai affermata nel mondo del collezionismo. Una valutazione sensata, però, non può basarsi soltanto sulla vernice lucida e sui bei sedili. Il valore collezionistico va stimato per ogni singolo esemplare, tenendo conto della documentazione, dell’originalità, della qualità del restauro e del funzionamento della meccanica anfibia.

Il fondo dello scafo, le saldature, le guarnizioni delle portiere, le tenute degli alberi delle eliche e la trasmissione sono punti di controllo fondamentali. Un’auto può essere in grado di circolare su strada senza essere sicura da mettere in acqua. Al momento dell’acquisto, quindi, la dichiarata idoneità alla navigazione va confermata da una verifica specialistica, non dalle foto delle vacanze del venditore.

È anche qui che risiede il fascino dell’Amphicar. Come normale auto esistono alternative più semplici, e lo stesso vale come barca. Ma pochi veicoli da collezione trasformano un comunissimo scivolo per barche nel momento clou del viaggio.

Fonti

  1. International Amphicar Owners Club, International Amphicar Owners Club
  2. Lane Motor Museum, Amphicar – 1964
  3. Nick Georgano (red.), The Beaulieu Encyclopedia of the Automobile (2000)
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